"PAPA', TU SEI COME LA MOZZARELLA DI BUFALA: DA FUORI SEMBRI UN PO' DURO, MA DENTRO SEI MORBIDO". Una figlia dal nome corto.
venerdì 31 ottobre 2014
NEL BLU DIPINTO DI SMOG.
Lo smog sopra la Pianura Padana, 30 ottobre 2014. Dalla stazione spaziale internazionale. Altre foto spaziali cliccando QUI
martedì 28 ottobre 2014
FOTOCRONACA DELLA VISITA DI JO - PROSSIMO PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA DEL GHANA
Al Centro "Riuso" di Torre Pellice
Vicino al cielo, Colle Vaccera, Angrogna
Vicino al cielo 2, Colle Vaccera, Angrogna
Là sotto la Val Pellice e le Valli delle Alpi Cozie
Autoscatto di spalle, guardando verso la pianura Piemontese dal Colle Vaccera, Angrogna
Strati naturali, borgate della Val Germanasca e montagne del Parco Orsiera
Jo nella Gheisa 'd la tana, Angrogna. Un posto molto particolare. Il ragazzo mostra segni di tensione.
Autoscatto nella Gheisa 'd la tana, Angrogna.
All'uscita dalla Gheisa 'd la tana, Angrgona. Da lì a poco, sciolta la tensione, il ragazzo si produrrà in uno show indimenticabile. "Pensa quanti africani importanti e famosi non vedranno mai questo posto magnifico! Sto facendo la storia, io!"
Autoscatto davanti al monumento di Sibaud, Bobbio Pellice, dopo che gli ho raccontato del glorioso rimpatrio dei Valdesi.
La faggeta degli Eyssart, sopra Bobbio Pellice, uno dei miei posti preferiti in Val Pellice
Raccontando quanto freddo fa nel nord della Svezia in inverno...
Jo fra i colossi della faggeta.
Priva di titolo.
Con Blanca e Noa.
Autoscatto di famiglia (allargata). C'è gente di tre continenti (questa saranno pochi a capirla...)
Vicino al cielo, Colle Vaccera, Angrogna
Vicino al cielo 2, Colle Vaccera, Angrogna
Là sotto la Val Pellice e le Valli delle Alpi Cozie
Autoscatto di spalle, guardando verso la pianura Piemontese dal Colle Vaccera, Angrogna
Strati naturali, borgate della Val Germanasca e montagne del Parco Orsiera
Jo nella Gheisa 'd la tana, Angrogna. Un posto molto particolare. Il ragazzo mostra segni di tensione.
Autoscatto nella Gheisa 'd la tana, Angrogna.
All'uscita dalla Gheisa 'd la tana, Angrgona. Da lì a poco, sciolta la tensione, il ragazzo si produrrà in uno show indimenticabile. "Pensa quanti africani importanti e famosi non vedranno mai questo posto magnifico! Sto facendo la storia, io!"
Autoscatto davanti al monumento di Sibaud, Bobbio Pellice, dopo che gli ho raccontato del glorioso rimpatrio dei Valdesi.
La faggeta degli Eyssart, sopra Bobbio Pellice, uno dei miei posti preferiti in Val Pellice
Raccontando quanto freddo fa nel nord della Svezia in inverno...
Jo fra i colossi della faggeta.
Priva di titolo.
Con Blanca e Noa.
Autoscatto di famiglia (allargata). C'è gente di tre continenti (questa saranno pochi a capirla...)
CREDEVO NON CI FOSSERO PIU'
Onestamente credevo che i reparti punitivi nelle fabbriche non esistessero più. Poi ho letto un'interessante inchiesta dal nuovo sito di Internazionale.
Internazionale, il miglior giornale che ci sia...
Per leggere l'inchiesta cliccare QUI
mercoledì 8 ottobre 2014
NON C'E' TITOLO.
Viaggiando in bici si colgono meglio i silenzi, le sensazioni, i rumori. Pedalando verso il villaggio pensavo fra me e me che avrei dovuto trovarlo più silenzioso del solito, a causa di una tragedia simile. Mi pareva doveroso. Invece c'era il solito tran tran, non c'era più silenzio, le mamme che andavano verso le scuole a prendersi i figli, per strada il solito numero di macchine, eccetera. Il villaggio non si era fermato, come pensavo io. Del resto io per primo non mi sono fermato. Al funerale non sono andato, per me non sarebbe stato sostenibile. Soprattutto per me non sarebbe stato sostenibile vedere i figli. Perchè io stesso sono stato tanti anni fa esattamente in quella situazione, non proprio bambino, ma al centro degli sguardi pietosi, tristi, imbarazzati di centinaia di persone. Quindi mi sono tenuto alla larga, come ho fatto in queste ultime settimane ogni volta che sentivo parlare in casa della tragedia imminente. Non una tragedia di quelle che fanno notizia, ma comunque una tragedia.
Il ricordo che mi terrò prezioso di quel simpaticone con il sorriso un pò storto sono le tante volte in cui, arrivando a casa dei miei suoceri, mi accorgevo che lui era al di là della siepe, a casa dei suoi, e urlavo: "Giaaalllloooo!", e lui rispondeva: "Ceeeellloooo!".
Quello che è certo, quello che mi tiene ben ancorato con i piedi per terra, schiantato dal senso di realtà e di totale fragilità, è che fra i personaggi di questa foto fatta a Bolzano un ventidue, ventitre anni fa, in un campionato nazionale di uno sport improbabile, siamo già a meno due...
domenica 21 settembre 2014
TRANSITALIANA DI RITORNO - parte tre
segue
A
Reggio Emilia il capotreno comunica al popolo viaggiante che siamo fermi a
causa dell’investimento (autoinflitto?) di una persona nella stazione di Parma.
Sul treno cala un attimo di silenzio, ma non è cordoglio. E’ pura paura, ognuno
teme di passare le prossime ore fermo qui. E giustamente a qualcuno saltano in
nervi in meno di cinque minuti. Sto andando al capotreno a chiedere se si
possono aprire le porte del treno, vorrei scendere per comprare il giornale
approfittando dell’attesa, (qualcuno vorrebbe sgranchirsi le gambe, qualcuno
fumare, qualcuno se ne fotte e fuma lo stesso anche se non si può). Davanti a
me cammina nella stessa direzione un tipo, che brontola già due carrozze prima
di quella dove sta il capotreno. Appena arriva da lui lo investe. “E’ un
sequestro di persona!, non potete!, fateci scendere!, è una vergogna!, aprite
le porte!”. Non è interessato ad ascoltare le ragioni del capotreno, che non
può aprire le porte perché il treno non dovrebbe fermare a Reggio. Io ho già
avuto la mia risposta, e me ne torno allo scompartimento.
In
realtà la sosta durerà un quarto d’ora al massimo, poi andiamo piano piano fino
a Parma. C’è ancora la polizia su un
binario laggiù.
Il
treno passa senza fermarsi alla stazione di Sant’Ilario. “Tutti si accorsero
con uno sguardo che non si trattava di un missionario”, cantava il miglior
poeta che abbiamo avuto. Che sia quella stazione, dove scese Bocca di Rosa?
Dopo
colazione viene varato un cartone animato per controllare le truppe, così
facciamo due chiacchiere con i nuovi compagni, una Signora che da anni fa
Bologna-Torino-Bra una volta al mese (“Nove euro a tratta, ho già i biglietti
fino a dicembre”), ed un ragazzo sceso a Bologna da un notturno Vienna-Livorno
(chi lo avrebbe mai detto che esiste una tratta così?) e salito sul 754 verso
Torino (“Il cantiere di Porta Nuova lato via Nizza? E’ lì da prima delle
olimpiadi…”).
Ho un
tuffo al cuore quando vedo lontani gli appennini, non mi ero reso conto che mi
mancassero le montagne. Più tardi la vista del re di pietra nella tipica luce
di settembre mi struggerà, come sempre.
A proposito di struggimento, corre qui
l’obbligo di citare alcune cose che mi hanno “strutto” in queste due settimane.
Non c’è un ordine di importanza, è un elenco e nulla più.
Pesce, mai mangiato così tanto, e
buono. Anche grazie al prezzo, più basso e di parecchio. Campione di questo
capitolo la pescheria Greco di Porto Cesareo, dove ho anche pensato di propormi
come manovale, in cambio di una stanza che puzzasse di pesce ed un chilo al
giorno. Di pesce, ovviamente. A pari merito il ristorante “La nave” di
Sant’Isidoro. Mitologico. Ci siamo stati due volte. Perfetto. Non servono
ulteriori parole. Grazie a chi ci ha dato la dritta.
Mozzarelle, burrate, ricotte e dintorni.
Da comprare assolutamente, anche semplicemente al supermercato. La mozzarella
del primo giorno pesava un chilo. Anche di queste abbiamo fatto razzia. Una
frisa sotto il pesce. Chi non è piemontese cercasse la traduzione di “frisa”.
La cattedrale di Otranto. Non sono
uno che si appassiona di architettura, religiosa meno che mai. Ma qui si parla
di un’eccezione. Meravigliosa. E dire che ci siamo stati in pieno pomeriggio
con pesante e pedante afflusso di turisti, con le figlie al seguito che non
hanno collaborato alla serenità del momento. Vorrei tornarci al mattino presto.
Secondo me vale il viaggio. Esagero? Vabbè.
Il mare. Colore caraibico.
Spettacoloso. Sia quello bagnato dalla sabbia che quello lambito dalle rocce.
Mediterraneo, nel senso del film.
L’ho rivisto una mattina presto. Che bello. Mi ha strutto di brutto.
L’amico Paolino, Qui voglio rendergli
pubblico omaggio. E non perché ebbe a dire che sono un genio che verrà capito
fra qualche secolo. Per me il compagno ideale per un viaggio così. I non detti
pesano, anche quelli positivi. Ora sono più leggero.
La mia famiglia. Non servono
aggettivi.
Da
Piacenza in poi mi tuffo in un libro, bellissimo, alzo la testa ogni tanto per
vedere se si vedono già le montagne. Di là, i bambini fabbricano braccialetti. C’è
una luce strepitosa. A Trofarello il treno viaggia talmente veloce che pare
voglia travolgere la stazione. Entriamo in stazione con un quarto d’ora scarso
di ritardo e con una luce di settembre forte così.
Sono
passate ventidue fermate, tredici ore e venticinque minuti dalla partenza.
Torino Porta Nuova, stazione di termine corsa. La pescheria Greco è
milleduecento chilometri più giù. Che magia, il treno.
Fine
mercoledì 17 settembre 2014
martedì 16 settembre 2014
TRANSITALIANA DI RITORNO - Parte due
(Segue)
Comunque,
ritiriamo i bagagli ci avviamo verso l’atrio. Fa parecchio caldo anche se è
buio da un pezzo. Si, perché non ci si rende conto di quanto levantino sia il
Salento. Dovrebbe avere il fuso orario greco. C’è un’ora piena di differenza
con il tramonto della regione più occidentale d’Italia, in cui viviamo noi.
Lecce e Budapest condividono la stessa longitudine.
All’arrivo
del 754 ci siamo organizzati, una femmina va al binario e fa la guardia al
bagagliame, i due maschi fanno la spola con borsoni da hockey, zaini, trolley,
supertrolley, sacchetti, ecc; l’altra femmina resta a presidio di bagagli e
bambini, che non gradiscono l’idea e sono in rivolta, presto sedata. Carichiamo
tutto con tumulti di poco conto, che però si protrarranno anche dopo la
partenza, portando una delle mamme a minacciare di percosse le proprie figlie
ed anche quelle altrui.
Il Milano parte mezzo vuoto, e ci illudiamo che anche
il nostro non sia pieno. Il ferroviere a cui rivolgo la domanda stronca ogni
illusione con quattro parole: “si riempie di sicuro”. Il nostro territorio
consiste in uno scompartimento intero ed uno a metà, nel quale io, Paolino ed
una delle bambine ci siamo organizzati, abbiamo fatto le prove di posizione,
due e mezzo per tre sedili. Mando anche la foto all’amico amante della ferrovia
tramite uotsappa, già dal pomeriggio ho iniziato a farlo partecipe della
imminente transitaliana direzione nord ovest.
Alle
22,10 arriva il magico fischio, il nostro scompartimento non si è popolato.
Penso che il ferroviere abbia sbagliato la previsione. Sta minchia. Alla prima
fermata, Brindisi, eccoci in sei. Davanti a me una ragazza talmente soda che
sembra di marmo, molto gentile ed anche bella nel suo genere. Lei scenderà
presto, a Monopoli, una delle tremilaseicentoventi fermate pugliesi del 754.
Verso il corridoio siede ora una coppia di mezza età, a domanda rispondono
“andiamo ad Ancona”. Sconforto. Dopo un po’ becco il lui della coppia che
guarda sul tablet un catalogo di donnine svestite, al riparo dagli occhi della
moglie. Strepitoso.
Compatibilmente
con lo spazio a disposizione cerchiamo di riposare. A tratti dormo anche un
po’. Ostuni-Fasano-Monopoli. A Monopoli la ragazza scende, fino a Bari abbiamo
quattro sedili. Mi addormento. Il ragazzo titolare del posto, che sale nel
capoluogo mi sveglia fischiando. Sti cazzi. Siamo nella prima carrozza dietro
la motrice, il treno fila nella notte che pare velocissimo, il conducente forse
conosce gente lungo tutto il tragitto perché suona in continuazione. Che
figata. Vorrei registrarlo. Ogni tanto mando all’amico ferroviofilo un
messaggio, immagino li leggerà
domattina. In men che non si dica siamo nel Gargano, a Foggia dormivo. Ricordo
almeno tre compagni di naja provenienti da queste parti, i loro paesi avevano
nomi come San Marco Inlamis, Troia, San Severo, dove passiamo alle zero una e
quarantasei. Un’oretta dopo c’è Ortona, che non ho idea di dove sia.
Alle tre
scarse il treno arriva a Pescara, sento dire, o forse sogno, che siamo in anticipo.
Quindi stiamo fermi una vita. Anche questa volta mando una saluto all’amico
pescarese, che dopo un po’ mi risponde, mentre cade dalla poltrona verso il
letto. Ad Ancona centrale la coppia scende, restiamo in tre e mezzo. Nuova
sosta prolungata, il conducente pilota il notturno come se fosse una freccia,
abbiamo trenta minuti di anticipo. Questa città mi ricorda Ferrini, uno dei
personaggi di “Quelli della notte”, un veterocomunista con cravatte
improbabili, che ad Ancona voleva costruire un muro. Verso la Romagna il tipo
del nostro scompartimento scende, non lo sento perché dormo, chissà se ha
fischiato per salutare?
Fino a Bologna è una festa, abbiamo un po’ di spazio,
ormai è giorno ed il mio sonno latita, e non solo il mio. Vado a prendere la
moglie, di nuovo accucciata nel corridoio in un suo tipico eccesso di
altruismo, e la metto al mio posto a dormire. La carrozza inizia a rianimarsi
(per la verità qualcuno non ha mai smesso di parlare…), un uomo con pancia
sosta a lungo davanti al suo scompartimento e guarda fuori. Chissà verso cosa
viaggia lui.
Ad Imola è giorno fatto, io siedo sul seggiolino del corridoio
ascoltando nelle cuffie l’inno nazionale sovietico. Naturale mandare un
messaggio al collega comunista. Si susseguono campi e campi, tutto in ordine.
Saluto via uotsappa la cognata africana di Bologna dalla stazione della sua
città d’adozione. Colazione per tutti. I bambini sono svegli da un po’. Moni
per fortuna è l’ultima a svegliarsi.
Nel
frattempo erano passati un paio di ragazzi con un carrello annunciando caffè e
brioches. Ricordando un viaggio del 1991 su un treno sovietico, tratta notturna
da Mosca a Vitebsk, chiedo se è gratis. Non sono sicuro che apprezzino la
provocazione.
(Continua)
domenica 14 settembre 2014
TRANSITALIANA DI RITORNO - Parte Uno
E’
come se si fossero accordati. Almeno uno sempre presente. Altrimenti non si va
via. Il notturno 754 per Torino è l’ultimo che va. Prima di lui parte il
cugino, il 752 per Milano. Dopo che anche il Torino è partito resta di guardia
il Freccia Bianca arrivato alle 21,40 da Milano.
Lui fa il presidio per la
notte. Hai visto mai che arrivano gli sgherri di Moretti a chiudere la
stazione, in nome della “razionalizzazione”, della “ottimizzazione del rapporto
costi benefici”, o bestemmie simili. Gli altri, i locali delle ferrovie del sud
est o i numerosi regionali che uniscono i vari centri della regione più lunga d’Italia,
non avrebbero abbastanza forza per resistere. Ci vuole un peso massimo.
Una
delle immagini che spero mi restino a lungo è quella di Noa e Gioele che si
fanno mano nella mano tutto il lungo corso che porta alla stazione. Sono
meravigliosi. Anche per traversare la strada non li prendiamo per mano noi, li
lasciamo andare così, troppo belli per essere interrotti.
Della
reale esistenza del deposito bagagli non siamo stati sicuri fino a che non lo
abbiamo visto, ci hanno detto che c’era, poi che non c’era, poi che “forse si
ma comunque l’orario non lo so”. Quindi ci siamo affidati al web, che come noto
dice solo la verità. Il sito di Trenitalia dice che il deposito bagagli alla
stazione di Lecce non c’è. Infatti eccolo lì, affidato ad una procace bionda
tinta di provenienza esteuropea che non si fa sedurre dalle battute dell’amico
Paolino, alla ricerca dello sconto sulla tariffa.
Ma questo succedeva qualche ora addietro, dopo che
avevamo caricato donne e bambini sul bus per Lecce (anche lui incerto, almeno
come orario), caricato all’inverosimile la macchina con i bagagli di due
famiglie con figli, chiacchierato di Umbria, Jazz, Heavy Metal, di mio padre,
mio nonno e mia nonna nel tragitto verso il capoluogo Salentino, cercato invano una
pizzeria che ci facesse da deposito bagagli gratis in cambio della prenotazione.
Dopodiche io ho restituito l’auto con la figlia dal nome spagnolo, con lei sono
tornato per mano e per bus nella zona della stazione, con lei ho trovato la
pizzeria segnalata da Paolino, siamo andati a lavarci le mani in un bagno
diviso dal forno del pizzaiolo da una parete dilettante, con conseguente
temperatura parainfernale, ci siamo seduti fuori al fresco ed abbiamo guardato
Mohammed preparare il tavolo per nove e le auto passare nella zona a traffico
limitato (!?). Gli altri in giro per Lecce, che ho avuto l’impressione essere
splendida solo a guardarla dal bus. Quando sono arrivati da noi Blanca aveva
già preso un’edizione straordinaria della nota bibita in lattina biancorossa.
Così sono iniziati i diverbi di paglia con gli altri bambini. La pizza era
ottima, ed anche economica rispetto a quella del nord ovest.1/continua.
giovedì 11 settembre 2014
domenica 7 settembre 2014
SALENTO IN FOTO
Diversamente bandiera
Blanca Anita e Dino
Splendori di mare di terra di cielo
Lu mare Lu sole La gentu
Compagno di viaggio
Abitante alato di Torre Lapillo
Torre Lapillo - particolare
venditore di cose gonfie
Blanca Anita e Dino
Splendori di mare di terra di cielo
Lu mare Lu sole La gentu
Compagno di viaggio
Abitante alato di Torre Lapillo
Torre Lapillo - particolare
venditore di cose gonfie
martedì 2 settembre 2014
TRANSITALIANA
La giornata della
partenza, come sempre, è piena di tensione e nervosismo. Mi fa
arrabbiare questa debolezza, che ad un certo punto ho anche
attribuito all'età (ma poi ho ricordato quanto scrissi prima di
partire per l'argentina, 14 anni fa...). Ma mi viene ogni volta che
mi stacco dall'abitudine, inizio a vedere la bellezza delle cose che
faccio normalmente, di certo enfatizzandola, mi chiedo perchè devo
lasciare le mie certezze di ogni giorno e cazzate così.
Sul treno da Torino, in
realtà, come speravo/prevedevo, ci sono gli scompartimenti. Ne
abbiamo uno intero e tre posti su sei in quello accanto. Il treno è
come ricordavo, tanti anni fa. Una vittima scampata al verbo attuale
delle italiche ferrovie, che ti portano per soldi e non per servizio
pubblico. Invece questo treno è servizio pubblico. Il treno è pieno
e pieno sarà fino alla fine, o giù di lì. Tra gli altri ci sono
alcuni bambini, un cane, una Signora che cammina a fatica sorretta
dalla figlia, gente che parla al telefonino con i parenti che sono a
meno di un metro sulla banchina al di là del vetro, un uomo sulla
sessantina in camicia, pantaloni della tuta e ciabatte; uno che di
certo ha già fatto questa tratta e si è attrezzato a dovere per la
traversata, sono1200 km fino a Lecce. Dodici ore e mezzo. Nello
scompartimento che possediamo a metà c'è una giovane coppia,
tornano a Foggia, lui ha il naso aquilino e l'ascella d'assalto, per
fortuna durante il viaggio muoverà poco le braccia. A Piacenza
scende la sesta persona, una ragazza che leggeva un libro spagnolo e
parlava con probabile accento francese. Ci illudiamo che il posto
resti vuoto, ma così non è. Sale un tipo che va a Barletta, anche
lui pare uno esperto di questa traversata. Molto più tardi, a
Foggia, ci farà spostare verso il finestrino quando i due ragazzi
scendono, “mi metto io verso il corridoio, così potete dormire, ed
io non vi disturbo per scendere”. Tattico. I cinque bambini sono
eccitati, ma li stendiamo con un cartone dopo la cena comunitaria,
consumata nel “nostro” scompartimento. Io non li vedrò fino al
mattino. La colonna sonora è quella classica, lo sferragliare che fa
godere gli appassionati di ferrovia. Uno di questi lo rendo partecipe
della traversata con messaggini di uotsappa. Mi pare che goda, in
effetti. Ad un certo punto della notte mi dice che “pare un'altra
epoca”. In parte è così, in parte no. E' un'altra epoca perchè
oggi parlare di ferrovia di fatto vuol dire alta velocità,
concorrenza all'aereo, biglietti sullo schermo del telefonino, e si
dimenticano i milioni di pendolari che ogni giorno vedono solo i lati
deleteri delle nostre riorganizzate ferrovie. L'attualità
ferroviaria non sono certo i pochi notturni che uniscono questo paese
che forse paese non è, fermo per tanti aspetti quotidiani all'Italia
dei comuni. Non è un'altra epoca, per fortuna, perchè meno male che
questo tipo di treni è fisicamente lo stesso che era anni fa. Meno
male che non si è modernizzato, razionalizzato, riconvertito. E'
rimasto uguale a se stesso, ma in un tempo diverso. I sedili si
possono tirare verso il centro, trasformando lo scompartimento in un
unico letto gigante. Non ci sono le prese elettriche, se non quelle
per i rasoi nei bagni che, una volta giunti sull'Adriatico, da bagni
sono ormai diventati cessi. Nei corridoi ci sono i seggiolini a
scomparsa per le vittime dell'overbooking. Che però,
ferroviescamente parlando tali non sono, prendendo un treno così lo
devi sapere che corri quel rischio, soprattutto se sali in una
stazione intermedia e non hai prenotato. Una volta sulle porte degli
scompartimenti c'erano i bigliettini che indicavano se i posti erano
prenotati. Nemmeno l'ombra sul treno nostro. Però i controllori,
oltre al tablet per controllare i biglietti, hanno anche quel coso
per bucarli, i nostri “titoli di viaggio”. Ci sono ancora le reti
supplementari nei corridoi, per i bagagli che non entrano negli
scompartimenti, reti sulle quali si narra che dormissero gli
immigrati che facevano la traversata a nord verso un lavoro o a sud
verso una famiglia. E' interessante passeggiare su e giù per la
carrozza, ed osservare cosa succede negli scompartimenti, dove ci si
accorda per spegnere presto la luce, dove si fraternizza, o dove ci
si fa i fatti propri ed ognuno guarda fuori anche se non si vede
nulla, se non luci che corrono via in un attimo. Dove la porta è
chiusa, ed in tal caso sono possibili anche le confidenze; dove è
aperta ed in tali casi sono voci alte per tutta la notte... E' una
convivenza forzata, certo, ma c'è più umanità rispetto
all'atmosfera algida dell'alta velocità, regno della tecnologia,
tutti sempre connessi ed ognuno in fondo perso dentro gli schermi
suoi. In realtà passo la maggior parte della notte intento ad
incroci da circo con Paolino, alla ricerca della posizione meno
peggio, che a tratti è quasi comoda; dormiamo a momenti nei nostri
tre sedili in due, mi ricordo Alessandria, poi nebbia fino a Bologna,
ma forse Voghera sì, e Piacenza di sicuro; nel frattempo ho aperto
la porta dello scompartimento perchè fa un caldo boia; fino
all'adriatico inoltrato probabilmente dormo/sonnecchio, non ricordo
nulla prima di Pescara (quasi quattro ore da Bologna). La riconosco
perchè sento un dialetto che mi ricorda Marco ed allora gli mando i
saluti dalla sua città. Di nuovo nebbia fino a Foggia dove scendono
i ragazzi e ci trasferiamo verso il finestrino (allora mi porto anche
lo zainetto, non si sa mai...). Siamo già in Puglia, sono le cinque
e mezza circa, ma siamo a poco più di due terzi del viaggio, a Lecce
mancano tre ore e mezza. Dopo un po' arriva il sole, sento che arriva
un passeggero, ha una prenotazione per uno dei posti sui quali sto
dormendo io e Paolino, fingo di dormire (lui ha sicuramente dormito
più di me, stanotte. Si sistema su un sedile accanto al corridoio.
Di botto lo scompartimento sonnolento è destato dal classico
“Biglietto, prego!”, servitoci con delicatezza nulla dal
controllore. Poco più tardi se ne arriva Moni e scopro che ha
dormito in terra nel corridoio. Magari al ritorno sto un po' più
attento alla mia famiglia...Verso Bari viene decretata la colazione
per le due famiglie, che durante questa traversata siamo una sola,
scoppiano i soliti diverbi di paglia sul numero di biscotti che un
bambino ha mangiato rispetto ad un altro, e qui il treno perde tempo,
girano voci del malore di una passeggera, si starebbe aspettando
un'ambulanza, ma chissà se è vero. Il treno sta fermo a più
riprese, a Bari centrale ma anche in stazioni minori del capoluogo.
Accumuliamo un po' di ritardo ma quasi subito dopo iniziano
chilometri e chilometri di Ulivi meravigliosi (la maiscuola è
d'obbligo perchè l'Ulivo non è solo un albero, è un'opera d'arte)
che scorrono a lato della ferrovia, divisa da loro quasi sempre da
altrettanto belli muretti in pietra. Bitonto/Fasano/Brindisi, poi il
treno vira un poco ad ovest, lascia l'Adriatico ed arriviamo a Lecce
con venti minuti di ritardo e con un sole forte così.
La traversata è finita,
casa è milleduecento chilometri più su. Siamo alla stazione di
termine corsa. Che magia, il treno.
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