VERITA’ E BUFALE SUL TAV TORINO LIONE
di Paolo Mattone, Livio Pepino e Angelo Tartaglia
Il “contratto di governo” tra M5Stelle e
Lega prevede, con riguardo alla Nuova linea ferroviaria Torino-Lione,
«l’impegno a ridiscutere integralmente il progetto nell’applicazione
dell’accordo tra Italia e Francia». A ciò il ministro delle
infrastrutture Toninelli ha aggiunto l’ovvio: cioè che, in attesa di
tale confronto, ogni determinazione diretta a realizzare un avanzamento
dell’opera sarebbe considerata dal Governo «un atto ostile». Indicazioni
assai caute, dunque, ben lungi da una dichiarazione di ostilità al Tav.
Poi silenzio e rinvio all’analisi costi-benefici in corso di
elaborazione da parte di una apposita commissione. Il tutto lasciando al
loro posto, come rappresentanti del Governo, sfegatati supporter della
nuova linea ferroviaria come Mario Virano, direttore generale di Telt
(promotore pubblico responsabile della realizzazione e della gestione
della sezione transfrontaliera della futura linea Torino-Lione), e Paolo
Foietta, commissario straordinario del Governo per l’asse ferroviario
Torino-Lione e presidente dell’Osservatorio della Presidenza del
Consiglio originariamente costituito come luogo di studio e di confronto
tra le parti interessate (e diventato ormai l’ultima ridotta dei
sostenitori del Tav senza se e senza ma).
Tanto è bastato, peraltro, a produrre un
duplice effetto. Da un lato ha finalmente aperto un dibattito sulla
effettiva utilità dell’opera, fino a ieri esorcizzato dalla
rappresentazione del movimento No Tav, complice la Procura della
Repubblica di Torino, come un insieme di trogloditi e di terroristi.
Dall’altro ha mandato in fibrillazione i promotori (pubblici e privati)
dell’opera, l’establishment affaristico, finanziario e politico che la sostiene e i grandi media che ne sono espressione (Stampa e Repubblica
in testa) che, non paghi di ripetere luoghi comuni ultraventennali
sulla necessità dell’opera per evitare l’isolamento del Piemonte
dall’Europa (sic!), hanno cominciato ad evocare fantasiose penali in caso di recesso dell’Italia.
In questo contesto e per consentire un
confronto razionale, in attesa delle indicazioni della commissione
preposta all’analisi costi benefici e delle conseguenti decisioni
politiche, è, dunque, utile fare il punto sulla situazione, partendo
dall’esame delle affermazioni più diffuse circa l’utilità dell’opera.
Primo. «La nuova linea ha una valenza strategica e unirà l’Europa da est a ovest».
Prospettiva da statisti, che il governatore del Piemonte, Chiamparino
sottolinea, con slancio futurista, evocando un collegamento tra
l’Atlantico e il Pacifico (senza considerare che la stazione atlantica è
scomparsa nel 2012, con la rinuncia del Portogallo, e che dalla
prevista stazione finale di Kiev mancano, per arrivare a Vladivostok e
al Pacifico, oltre 7.000 km…). Prospettiva, comunque, priva di ogni
riscontro reale, posto che una linea ferroviaria ad alta
capacità/velocità non è prevista in modo compiuto neppure in Lombardia e
Veneto, che il tratto sloveno non esiste nemmeno sulla carta, che in
Ungheria e Ucraina nessuno sa che cosa sia il Corridoio 5, come
inizialmente si chiamava la linea (cose tutte documentate, con una
accurata indagine in loco, in un servizio giornalistico di Andrea De Benedetti e Luca Rastello pubblicato su Repubblica e diventato poi un libro edito da Chiare Lettere con il titolo Binario morto). La realtà dunque, al netto di bufale interessate e di anacronistici sogni di grandeur,
non è quella di una nuova “via della seta” ma, assai più prosaicamente,
del solo collegamento ferroviario tra Torino e Lione (235 chilometri,
comprensivi di un tunnel di 57 chilometri), già coperto da una linea
ripetutamente ammodernata e utilizzata per un sesto delle sue
potenzialità. Di ciò, non di altro, si deve, dunque, discutere
valutandone costi e benefici. Il resto è fuffa, chiacchiera senza
fondamento o, peggio, specchietto per allodole.
Secondo. «La nuova linea creerà nuovi orizzonti di traffico».
Non è così. I traffici merci su rotaia attraverso il Frejus (ché di
persone non si parla più da vent’anni) sono in caduta libera dal 1997.
Da allora si sono ridotti del 71 per cento. Lo ammette persino
l’Osservatorio istituito presso la Presidenza del Consiglio riconoscendo
che «molte previsioni fatte 10 anni fa, anche appoggiandosi a
previsioni ufficiali dell’Unione Europea, sono state smentite dai
fatti». Nello stesso periodo i traffici nella direzione Italia-Svizzera
hanno continuato a crescere: del 43 per cento nel periodo 1997-2007,
quando pure le linee ferroviarie italo svizzere passavano attraverso
tunnel ad altitudine e con pendenze analoghi a quelli del Frejus (il
tunnel del Lötschberg, lungo 14,6 km ad una altitudine di 1400 metri, e
quello storico del S. Gottardo, lungo 15 km ad una altitudine di 1151
metri, in uso fino al 2016). Parallelamente il volume del traffico
complessivo (compreso quello su strada) attraverso la frontiera
italo-francese è diminuito del 17,7 per cento. Ciò dimostra che le
ragioni della caduta di traffico sono strutturali e non hanno nulla a
che vedere con le caratteristiche tecniche della linea ferroviaria, il
cui ammodernamento non attira di per sé solo nuovo traffico (come
l’ampliamento del letto di un fiume non produce magicamente l’aumento
del flusso dell’acqua). Più specificamente il quadro d’insieme dice che
lungo la direttrice transalpina est-ovest è in atto da tempo una
tendenza al calo del flusso di merci o quanto meno a una sua
stagnazione, laddove lungo le direttrici nord-sud (frontiere
italo-svizzera e italo-austriaca) il traffico ha continuato a crescere,
anche se, dopo il 2010, la crescita risulta meno vivace che prima della
crisi finanziaria del 2008. Una interpretazione ragionevole di questa
differenza è che le direttrici nord-sud collegano il cuore dell’Europa
con i porti della sponda nord del Mediterraneo e da lì con l’estremo
oriente. I mercati della Cina e del sudest asiatico sono lontani dalla
saturazione e per di più quel sistema produttivo è in grado di fornire
merci di rimpiazzo delle nostre a prezzi nettamente più bassi. Viceversa
l’asse est-ovest collega mercati intereuropei fra loro simili e in
condizioni di saturazione materiale: guardando a ciò che si trova in una tipica casa italiana (o francese o britannica o spagnola) è difficile pensare di poter aggiungere
molte cose; al più si può pensare di rimpiazzare le dotazioni con
manufatti più moderni o di migliore qualità. Tutto questo si traduce in
una stabilizzazione dei flussi materiali che si mantengono a un livello elevato, ma senza particolari prospettive di crescita.
Terzo.
«Il collegamento ferroviario Italia-Francia deve essere ammodernato
perché obsoleto e fuori mercato a causa di limiti strutturali
inemendabili».
Dopo la favola dell’imminente saturazione della linea storica, sostenuta
contro ogni evidenza per vent’anni, i proponenti dell’opera e i loro
sponsor politici si attestano ora su presunte esigenze dettate dalla modernità,
che imporrebbe di «trasformare – con il tunnel transfrontaliero di 57
chilometri – l’attuale tratta di valico in una linea di pianura, così
permettendo l’attraversamento di treni merci aventi masse di carico pari
a quasi il triplo di quelle consentite dal Frejus» (così la relazione
scritta al disegno di legge di ratifica degli accordi intergovernativi
tra Italia e Francia del 2015-16, depositata alla Camera dal relatore di
maggioranza, on. Marco Causi, il 19 dicembre 2016). La debolezza della
tesi è di tutta evidenza, anche a prescindere dalla determinazione
fantasiosa dei carichi destinati a transitare nel nuovo tunnel. Se,
infatti, il traffico è in costante diminuzione e agevolmente assorbito
dalla linea storica con le pendenze che la caratterizzano (e che per di
più – come si è visto – non sono state di ostacolo all’aumento del
traffico ferroviario tra Italia e Svizzera) a che serve un intervento
modificativo che comporta rischi ambientali enormi e una spesa di
miliardi? A giustificarlo c’è soltanto una cultura sviluppista senza
limiti, sempre più anacronistica ma non intaccata, agli occhi dei suoi
epigoni, neppure da una tragedia come quella del ponte Morandi di
Genova, decantato per decenni come simbolo della capacità della tecnica
di superare città e montagne. Non sussistono infatti, a sostegno
dell’opera, nemmeno ragioni legate a una non meglio precisata normativa,
ogni tanto evocata ma sempre senza riferimenti specifici, in forza
della quale il tunnel storico sarebbe presto “fuori norma” (come, se
così fosse, tutte le gallerie ferroviarie e buona parte di quelle
autostradali del Paese…).
Quarto. «I costi dell’opera sono assai più ridotti di quanto si dica, ammontando, per l’Italia, a soli 2, massimo 3 miliardi di euro».
Siamo di fronte a una sorta di “gioco delle tre carte”, assai poco
rispettoso della verità e dell’intelligenza degli italiani (e dei
francesi). Il costo dell’intera opera, infatti, è stato determinato
dalla Corte dei conti francese nel 2012 – senza successivi aggiornamenti
o rettifiche – in 26 miliardi di euro, di cui 8,6 miliardi destinati
alla tratta transnazionale (per la quale è previsto un finanziamento
europeo pari, nella ipotesi più favorevole, al 40 per cento del valore e
cioè a 3,32 miliardi di euro). I dati diffusi dai fautori dell’opera,
invece, riguardano la sola tratta internazionale, che, data la scelta
del Governo italiano di proceder per fasi (cd. progetto low cost),
dovrebbe essere costruita per prima. Ma ciò, anche a prescindere dalla
prevedibile dilatazione dei costi rispetto a quelli preventivati (basti
pensare che il 28 febbraio 2018 Cipe ha portato a 6,3 miliardi di euro
il «costo complessivo di competenza italiana per la sezione
transfrontaliera», indicato poco più di due anni prima in 2,56
miliardi…), realizza un puro artificio contabile ché l’ulteriore spesa
(salva l’ipotesi, del tutto fuori dalla realtà, di realizzare un tunnel
senza le necessarie adduzioni) non viene affatto annullata ma
semplicemente differita.
Quinto. «Il potenziamento del trasporto su rotaia è, finalmente, una scelta di tutela dell’ambiente».
Siamo alla variante ecologista, tanto suggestiva quanto infondata. Essa,
infatti, muove dal rilievo, in linea di principio esatto, che il
trasporto su rotaia è meno inquinante di quello su strada. Ma non tiene
conto del fatto che ciò vale solo in una situazione data, cioè con
riferimento alle ferrovie e alle autostrade esistenti, mentre del tutto
diverso è il caso specifico, in cui si prevede la costruzione ex novo
di un’opera ciclopica. Con alcuni dati che modificano totalmente lo
scenario: gli effetti dello scavo di un tunnel di 57 chilometri in una
montagna a forte presenza di amianto e uranio con un cantiere ventennale
che produrrà un inquinamento certo, a fronte di un recupero successivo
del tutto incerto; gli ingenti consumi energetici per il sistema di
raffreddamento del tunnel la cui temperatura interna sarà superiore a 50
gradi, e via elencando. Si noti che le emissioni in atmosfera nella
fase di realizzazione (e quindi in tempi vicini) dovrebbero essere
compensate dalle minori emissioni del trasporto ferroviario in un arco
di decenni, mentre gli obiettivi internazionali per contenere il
mutamento climatico globale richiedono una drastica riduzione delle
emissioni nell’immediato: non per caso ma perché l’atmosfera ha un
comportamento tutt’altro che lineare. In altre parole ciò che si immette
nell’atmosfera sarà riassorbito in tempi estremamente lunghi e gli
impatti perdureranno anche in assenza di nuove immissioni.
Sesto. «Con il Tav diminuiranno, comunque, i Tir sull’autostrada e il connesso inquinamento».
Anche questa è una pura petizione di principio con la quale si dà per
certo un fatto (lo spontaneo abbandono dell’autostrada da parte dei Tir e
il loro passaggio alla ferrovia) tutto da dimostrare e legato a
variabili future e incerte in punto costi (e non solo). Ma c’è di più.
Se davvero si volesse realizzare uno spostamento consistente del
traffico dalla gomma alla rotaia la strada maestra sarebbe quella
(sperimentata con successo e a costo pubblico zero in Svizzera) di
imporre pedaggi significativi per il traffico stradale (proporzionati al
tipo di veicolo, al carico e alla distanza) e di prevedere tariffe
agevolate per quello ferroviario. La soluzione è semplice e poco
costosa, ma va in direzione opposta alle politiche adottate, nel nostro
Paese, da tutti i Governi (di ogni colore) succedutisi negli ultimi
decenni, che prevedono incentivi per il carburante e i pedaggi
autostradali in favore dei camionisti… Passare dagli incentivi alle
penalizzazioni sarebbe certo una sfida complessa, foriera di aspri
conflitti e con rischi di blocchi delle forniture di cilena memoria. Ma
millantare aspirazioni ecologiste mentre si praticano politiche
contrarie non è operazione spendibile!
Settimo. «La
realizzazione della Torino-Lione è una straordinaria occasione di
crescita occupazionale che sarebbe assurdo accantonare, soprattutto in
epoca di crisi economica».
L’affermazione è un caso scolastico di mezza verità trasformata in
colossale inganno. Che la costruzione di un’opera – grande o piccola,
utile o dannosa – produca posti di lavoro è incontestabile (accade anche
se si scavano buche al solo scopo di provvedere poi a riempirle…). Il
punto dirimente non è, dunque, questo, ma l’utilità sociale dell’opera e
la quantità e qualità dei posti di lavoro da essa generati
comparativamente con altri possibili investimenti. Soprattutto in una
situazione di difficoltà economica, come quella attuale, in cui non ci
sono risorse per tutto e un investimento ne esclude altri. Orbene,
l’esperienza dimostra in modo inoppugnabile che un piano di messa in
sicurezza del territorio è molto più utile (superfluo ricordarlo
nell’Italia dei crolli, delle frane e delle esondazioni) e assai più
efficace in termini di creazione di posti di lavoro di qualunque
infrastruttura ciclopica. Le grandi opere sono, infatti, investimenti ad
alta intensità di capitale e a bassa intensità di mano d’opera (con
pochi posti di lavoro per miliardo investito e per un tempo limitato)
mentre gli interventi diffusi di riqualificazione del territorio e di
aumento dell’efficienza energetica producono un’alta intensità di
manodopera a fronte di una relativamente bassa intensità di capitale
(con creazione di più posti di lavoro per miliardo investito e per
durata indeterminata). Sia sul versante dell’utilità sociale che su
quello della crescita occupazionale, dunque, la nuova linea ferroviaria
Torino-Lione è tutt’altro che l’affare evocato dai proponenti e dai loro sponsor politici.
Ottavo.
«Trent’anni fa si sarebbe potuto discutere ma oggi i lavori sono ormai
in uno stato di avanzata realizzazione e non si può tornare indietro».
Con questa considerazione, ripetuta nei varî salotti televisivi, provano
a salvare la propria immagine anche molti sedicenti ambientalisti.
Invano, ché l’affermazione è priva di ogni consistenza. Del tunnel
transfrontaliero, infatti, non è stato a tutt’oggi scavato neppure un
centimetro. Certo sono state realizzate delle opere preparatorie, tra
cui lo scavo, in territorio francese, di cinque chilometri di tunnel
geognostico impropriamente spacciato, in decine di filmati e interviste a
tecnici e politici, per l’inizio del traforo ferroviario. E sono state
spese, per esse, ingenti risorse (circa un miliardo e 500 milioni di
euro). Ma ciò rende solo più urgente una decisione, che deve intervenire
prima dell’inizio dei lavori per la realizzazione del tunnel di base e i
cui termini sono drammaticamente semplici: a fronte di un’opera dannosa
per gli equilibri ambientali e per le finanze pubbliche (come
dimostrato dalle analisi di costi e benefici effettuate da studiosi
accreditati come il francese Prud’Homme e gli italiani Debernardi e
Ponti), conviene di più contenere i danni (mettendo una croce sul
miliardo e mezzo colpevolmente speso sino ad oggi) o continuare in uno
spreco di miliardi?
Nono.
«L’uscita dal progetto comporterebbe per l’Italia il pagamento di
penali (o un dovere di restituzioni) elevatissime, fino a un ammontare
di due miliardi e 500 milioni».
Qui siamo di fronte a una bufala allo stato puro. Non esiste, infatti,
alcun documento europeo sottoscritto dall’Italia che preveda penali o
risarcimenti di qualsivoglia tipo in caso di ritiro dal progetto; gli
accordi bilaterali tra Francia e Italia non prevedono alcuna clausola
che accolli a una delle parti, in caso di recesso, compensazioni per
lavori fatti dall’altra parte sul proprio territorio; il nostro codice
civile prevede, in caso di appalti aggiudicati che, ove il soggetto
appaltante decida di annullarli, le imprese danneggiate hanno diritto a
un risarcimento comprensivo della perdita subita e del mancato guadagno
che ne sia conseguenza immediata (per un ammontare che, di regola, non
supera il 10 per cento del valore dell’appalto), ma, ad oggi, non sono
stati banditi né, tanto meno, aggiudicati appalti per opere relative
alla costruzione del tunnel di base; il Grant Agreement del 25 novembre
2015, sottoscritto da Italia, Francia e Unione europea, dispone,
nell’allegato II, articoli 16 e 17, che «nessuna delle parti ha diritto
di chiedere un risarcimento in seguito alla risoluzione ad opera di
un’altra parte», prevedendo sanzioni amministrative e pecuniarie nel
solo caso in cui il beneficiario di un contributo abbia commesso
irregolarità o frodi (o altre analoghe scorrettezze); i finanziamenti
europei sono erogati solo in base all’avanzamento dei lavori (e vengono
persi in caso di mancato completamento nei termini prefissati), sì che
la rinuncia di una delle parti non comporta alcun dovere di restituzione
di contributi ‒ mai ricevuti ‒ bensì, semplicemente, il mancato
versamento da parte dell’Europa dei contributi previsti (e ciò anche a
prescindere dal fatto che ad oggi i finanziamenti europei ipotizzati
sono una minima parte del 40 per cento del valore del tunnel di base e
che ulteriori eventuali stanziamenti dovranno essere decisi solo dopo la
conclusione del settennato di programmazione in corso, cioè dopo il
2021).
Decimo.
«Per mettere in sicurezza il tunnel storico del Fréjus serviranno a
breve da 1,4 a 1,7 miliardi di euro: meglio, anche sul piano economico,
costruirne uno nuovo».
L’ultimo nato delle motivazioni pro Tav è la sicurezza: «il tunnel
esistente dovrebbe essere adeguato a caro prezzo in quanto a canna
singola e doppio binario e senza vie di fuga intermedie; non ne vale la
pena e tanto vale abbandonarlo per sostituirlo con il nuovo super tunnel
di base». Il tema della sicurezza è certamente un argomento sensibile
in particolare dopo qualche disastro. Ma quello che non viene
considerato è che se le motivazioni fossero quelle addotte, un
intervento ben più urgente ‒ a cui destinare le scarse risorse
disponibili e del quale, curiosamente, nessuno parla – dovrebbe
essere effettuato sulla linea ad alta velocità Bologna-Firenze che
comprende quasi 74 chilometri di gallerie (la più lunga, quella di
Vaglia, di 18,713 chilometri, cinque in più del Fréjus) tutte a canna
singola e doppio binario, senza tunnel di soccorso, con un traffico
molto più intenso che al Fréjus e in buona parte ad alta velocità. Né va
dimenticato che nella galleria del Fréjus sono stati effettuati lavori
di adeguamento tra il 2003 e il 2011 spendendo qualche centinaio di
milioni di euro e si può evidenziare come, per la parte francese,
l’intervento è stato effettuato al risparmio e in difformità da quanto
correttamente (una volta tanto) fatto nella parte italiana. Ai francesi,
che già hanno provveduto ad addossare all’Italia (col consenso di un
nostro distratto Parlamento) una parte dell’eventuale costo del nuovo
tunnel di base decisamente sbilanciata a loro favore, occorrerebbe
chieder conto delle carenze del tunnel “storico” dovute al loro modo di
lavorare.
La conclusione è evidente.
La prosecuzione del progetto non ha
alcuna utilità economica o necessità giuridica e si spiega solo con gli
interessi di gruppi finanziari privati e con le esigenze di immagine di
un ceto politico che sarebbe definitivamente travolto dal suo abbandono.
Perché, dunque, continuare?