domenica 26 gennaio 2014

"LE PERSONE NON FANNO I VIAGGI, SONO I VIAGGI CHE FANNO LE PERSONE". Cronaca di una giornata a casa di Paulina - Parte seconda



(SEGUE) Torniamo a casa dopo avere ancora visto scuole chiese e ospedali del villaggio. Ora ci sono tutte le sorelle di Rose: Mary, Judith, Justine. Una sorella è morta anni fa in un incidente di autobus, morirono 64 persone quando il bus si scontrò con una cisterna (della sicurezza stradale parlerò poi), ed un'altra da un paio di anni è sepolta nel giardino, a pochi metri dalla casa, in mezzo agli alberi. 


Il pranzo è pronto ma io non ho tanta fame, sono assatanato dalla voglia di fare foto in maniera impellente, non mi posso perdere nulla. Non è certo l’ideale, preferirei prima che le persone si abituassero a me, e poi iniziare con calma a scattare, ma il tempo non c’è. E loro stessi, soprattutto i bambini, sono i primi a mettersi in posa, per poi correre da me a guardare il risultato. Spicca il comportamento delle tre bambine europee, impegnate nella solita lotta per il possesso delle cose, con relativi capricci, fatto che qui risulta particolarmente evidente, e che mi fa riflettere di brutto. Arriva l’impianto per la musica, ma non lo si accende subito altrimenti tutto il villaggio verrebbe a curiosare ed occorrerebbe dare da mangiare a tutti. 


 

Sono seduto in modo tale da avere di fronte la casa dei vicini, i bambini giocano in terra con dei bastoni, un paio di donne sono sdraiate sotto la tettoia, la capra fa la capra, Noa corre avanti e indietro tra la stuoia dove mangiamo e la capra stessa che lei accarezza, per poi scappare verso di noi. I bambini e le donne della casa la guardano straniti. E’ come se avessi davanti un quadro, ma è anche un’inquadratura di grande povertà. 


 



Qui non c’è quasi traccia di uomini. Luca racconta che quasi nessuna coppia resta insieme per la vita, è molto frequente che le madri restino da sole con i figli. Alle donne di famiglia è successo lo stesso. Ogni sorella di Rose è sola con i proprio bambini. Mia cognata dice a Moni “qui non esistono uomini buoni...”. 

 


Finito di mangiare parte la musica, fortissima, ogni tanto un pezzo di country (?!), l'ultimo genere musicale che mi sarei aspettato di sentire qui. Iniziano le danze di donne e bambini, ce ne sono un paio spettacolari, una cugina di Malaika in particolare, sembra che non abbia fatto altro nella vita. Noa si addormenta e passa le successive due ore sul divano di Paulina, a pochi metri dalle casse che sputano milioni di decibel, Blanca è scazzata perché vorrebbe andare, io faccio foto, Moni balla, Rose socializza con famiglia e vicini. Luca dorme con sua nipote. 






Ad un certo punto del pomeriggio Rose e le sue sorelle sono in una stanza da letto, Judith si è sciolta, è riuscita a mangiare, prima non ci riusciva, tale era la gioia di avere Rose qui. La luce entra dalla piccola finestra. Paulina ha in braccio un nipote, e guarda verso la finestra. Arriva anche Moni che si siede in mezzo a loro, proprio nel posto dove la luce illumina di più. La foto sembra un quadro, Moni una madonna. 

 




 

Per tutto il pomeriggio la cucina alimenta decine e decine di persone (soprattutto bambini) e dal dopo pranzo in poi compaiono le birre che gli adulti si gargarizzano volentieri. E’ una festasa. Arrivano le sorelle di Paulina, più o meno vecchiette, non me ne sfugge una, almeno un paio sono bellissime.



 

 

 
 

 Ad un certo punto Moni si mette sulla porta di casa e distribuisce caramelle, in un attimo la voce corre e si forma la classica fila, gli ultimi si accontentano del sacchetto o di picchiare chi è riuscito ad avere il dolcetto dalla donna Musungu. E' l’unico momento in cui vedo volare qualche spintone o parola decisa fra i bambini. Sarà un caso? Penso di no e, a dirla tutta, non mi piace. 
 



Di fronte casa si fermano in tanti a guardare, ad ascoltare la musica, a osservare i Musungu (che siamo noi). Quando ripartiamo una piccola folla si raduna per salutarci. Che flash questo posto, questa giornata.

Così si che è viaggio. Così si, che mi piace.


Dopo la doccia serale, con massiccia produzione di fango dai nostri corpi di bianchi, passiamo la serata in un locale con musica a palla e partita di Premiere League in diretta (i locali fanno il tifo, ed esultano ogni volta che si segna un gol). Noi ci siamo andati per mangiare, ma il posto è più dedicato ai liquidi che ai solidi. Dopo un'attesa infinita arriva la pappa, e possiamo andare a nanna. Rose torna a notte fonda, dopo supplemento di festasa con il papà e le sorelle.

sabato 25 gennaio 2014

"LE PERSONE NON FANNO I VIAGGI. SONO I VIAGGI CHE FANNO LE PERSONE" Cronaca di una giornata a casa di Paulina - Parte prima.

Dopo colazione Moni e Rose vanno a comprare carne e verdure che portano a casa di Paulina, la mamma di Rose. Io resto all'albergo con le bimbe, che giocano, litigano, fanno pace, si strappano i giochi e poi si abbracciano. Quando lei e Rose scendono dal minibus non sono sole. Un interminabile stuolo di bambini è con loro, ci metto un attimo perfino a contarli, sono 8, tutti nipoti di Rose, silenziosi ci guardano, hanno i vestiti della festa. Sono proprio belli. Vengono sul balcone dell'albergo e restano accanto al tavolo, ci guardano in un silenzio quasi surreale. Quando torna, Moni mi dice: “avrei pianto tutto il tempo”.Verso le 11 ripartiamo tutti e 15 sul minibus. La casa è vicina, forse 5 minuti da Ibanda; il paesaggio qui intorno è molto bello, agreste. Ai lati della strada sterrata ogni cosa è di un solo colore, tutto è coperto di polvere, ogni moto, auto o camion che passa, una nuvola. 


 La casa è decisamente povera, in terra e pali di legno, i pavimenti delle stanze sono pure in terra, l’acqua è fuori, non c’è la luce. In generale le abitazioni vicine sono mediamente così, qualcuna meglio qualcuna peggio. 


Subito passiamo dai vicini a salutare, la loro casa è poverissima, c’è una bella vecchietta che si affaccia dalla porta, con un espressione un po’ stupita, io non so chi sia un parente e chi no, così saluto tutti per non sbagliare. Davanti casa una piccola tettoria con il tetto in foglie di palma, dentro c’è un focolare, credo sia la cucina, poco lontano c’è una capra legata ad un albero con due capretti che tettano, Noa si siede incantata lì accanto a guardare, in terra bambini che giocano e cacche della capra.


 

Tutto intorno ci sono piante di Matoke, la banana salata che qui si mangia tantissimo. Andiamo verso la casa di Paulina, salutiamo tutti i parenti che sono in cortile, ci sono le sorelle di Rose che puliscono il matoke per il pranzo, un uomo in terra sta tagliando la carne che poi appoggia su una grande foglia di banano. Di fronte casa una tettoia ed un'altra costruzione in fango, anche in questo caso la cucina. In casa vive anche una donna che Paulina si è presa in carico, è un po’ tontolina; la donna ha anche una bimba piccolissima che per tutto il giorno andrà in giro con la tutina tipica dei bimbi piccoli, aperta in fondo perchè non ha il pannolino, e piuttosto rovinata e sporca. Del resto qui tenersi puliti è un’impresa impossibile, anche noi lottiamo per parte della giornata per evitare che si Blanca e Noa si sporchino troppo (La lotta si rivelerà perdente all’esame della doccia serale). C'è anche un ragzzo cieco che trascorre qualche giorno da Paulina. La preparazione del pranzo va avanti, ora la grande pentola con il matoke è piena, la coprono con delle grandi foglie e la mettono sul fuoco in cortile, poco lontano un altro fuoco cuoce la carne, il coperchio della grande pentola è una grande foglia di banano che il tipo ha staccato da un albero accanto e tagliato di misura con il machete. 



Partiamo per un giro nel villaggio, che si sviluppa ai lati della strada, Rose ci mostra i luoghi della sua infanzia, la scuola, la casa dove è cresciuta, quella di una sorella (che prima aveva fatto una battuta sulla necessità di migliorare il tetto di casa sua, che in effetti è piuttosto malandata).
 


Ci fermiamo in un negozio bar dove i bambini fanno incetta di aranciata. Lì fuori una tettoia con un biliardo coperto, qui è piuttosto diffuso. In strada c’è poco traffico, sono soprattutto, Boda Boda (mototaxi). Passa un tipo alla cui bici è appeso un gran campionario di camicie, si ferma un attimo a tergersi il sudore dalla fronte, stessa cosa fa un altro uomo poco dopo, lui spinge una bici carica di matoke. In Uganda non ci sono carretti, la bici è il loro carro.
 

  
 

Ripartiamo per fermarci quasi subito in un mercato, qui siamo davvero lontani da casa, sono botteghe ai due lati della strada, il posto inizia e finisce di colpo, sembra quasi un villaggio del far west. Ci sono decine di bambini che escono poco a poco a guardarci, quando partiamo sono diventati tantissimi. (CONTINUA)





venerdì 24 gennaio 2014

IN VIAGGIO VERSO OVEST: KAMPALA-MBARARA-IBANDA

4 Gennaio, Ibanda, ovest dell'Uganda.
 Sono entrate nel ristorante per mano cantando una canzone natalizia, ed hanno già fatto spettacolo: sorrisi da un orecchio all’altro su molti visi di persone sedute.
Una bianca ed una tendente al nero, bellissime nei loro vestiti chiari.
Dopo la cena, consumata nel buio cortile interno del ristorante, lontanissimo dai nostri standard di “bel posto”,  tutte e tre hanno iniziato a giocare a prendersi, a Strega tocca color, alla scuola. In quel posto lontano migliaia di chilometri da casa loro, e diversissimo dalle loro abitudini, hanno creato casa,  loro erano a casa comunque, pienamente a loro agio, come se fossero in un posto che conoscono benissimo. Spettacolose, le cugine.

 Festo e Moni

Prima di cena siamo andati da Festo, il papà di Rose; lui non vive qui, ma la stava aspettando. E’ un vecchietto di circa 70 anni (qui l’età non è misurata precisamente come da noi) con po’ di cataratta, qualche problema alla schiena. E sedici figli, “mi pare” ha detto quando glielo abbiamo chiesto. Suo cugino, presso la cui casa siamo andati ver una visita di cortesia insieme a Festo stesso, si è fermato a quattrodici.





 La casa del cugino di Rose, Ibanda.

La casa del cugino è bella, in salotto molti riferimenti al cristianesimo, foto del papa argentino, poster di Jesus Christ, una croce in plastica argentea in un angolo, foto dei figli laureati. Rose lo definisce “cugino ricco”, possiede molte mucche ed ha un negozio di legumi. Ma soprattutto è bello il giardino. E’ particolare il fatto che entrando nelle case private provenendo dalla strada, non sempre ben tenuta né pulita, si cambi completamente registro, e la cura regni sovrana.


Stamane sveglia verso le 6, prevista partenza verso le 6,30/7, partenza reale qualche minuto prima delle 8. Abbiamo un minibus tutto per noi. Kampala è nella nebbia, che resiste a tratti per un bel momento uscendo dalla città. Ci fermiamo quasi subito a fare gasolio, i ragazzi del distributore fanno oscillare il minibus più e più volte, pare per riempire il serbatoio al massimo, in realtà la levetta sul cruscotto è rotta, si narra che sia un trucco per fottere un po’ di carburante (che paghiamo noi, affitto del mezzo 150.000 Ush, compreso vitto e alloggio autista). Il viaggio dura 7 ore e mezza, compresa un oretta di sosta per pranzo. Ci vuole un bel pezzo per uscire da una popolossisima Kampala, poi finalmente si va. 

 Sacchi di carbone in vendita lungo la strada.

Attraversiamo decine di villaggi, botteghe, chioschi, negozi e varie ai due lati della strada, prima e dopo l'ingresso dei villaggi robusti rallentatori scoraggiano dal pestare troppo l’acceleratore; sovente c’è la polizia stradale (almeno fino a Mbarare), è impossibile non vederli da lontano, hanno uniformi interamente bianche ed immacolate. Fra rallentatori e poliziotti il viaggio scorre abbastanza tranquillo, anche se io non sono comodo, piuttosto stretto e con due grandi adesivi mi parano la vista dal finestrino. Il paesaggio è abbastanza vario, mai secco; ad un certo punto vediamo alcune zebre in un prato recintato accanto la strada, allora ci fermiamo per sosta pipì e ci addentriamo di qualche kilometro, ma rinunciamo subito, siamo a metà giornata fa caldo, le bestie sono nascoste. Ci fermiamo per pranzo a Mbarara, una città che sembra bastevolmente grande, saremo a 300 km ad ovest di Kampala, in direzione Congo. Siamo sulla strada che porta in Ruanda, e non lontani dal parco Queen Elizabeth. 

 
 Priva di titolo

Dopo pranzo facciamo ancora un’ora abbondante di viaggio, sono altri 70 km circa in direzione nord, il paesaggio diventa molto bello, verde esplosivo, colline spesso coltivate fino in punta, altre coltivazioni, alberi di ogni genere, mucche di cui alcune con grandi corna, capre, uccelli. Bello. Ci fermiamo in uno dei villaggi che attraversiamo per prendere un po’ di frutta, il minibus è assediato da venditori di qualunque prodotto alimentare. Ananas, mango, passion fruit sono il nostro bottino. Lasciamo stare gli spiedini di fegato, nonostante le insistenze della figlia dal nome spagnolo. 

 
Assalto alla diligenza.

Bambine brave durante il viaggio, Noa perfetta, Blanca in miglioramento, utili libri da leggere e colorare, e le fiabe scaricate sull’ipod (che tale non è) dal previdente Signor EmmeGi. Arriviamo all’appuntamento con Justine, sorella di Rose, portiamo i due ragazzi che hanno viaggiato con noi (lei canadese in giro per il mondo, lui ugandese e bello)  fino alla stazione dei taxi ed andiamo in albergo, fa caldo, ma giusto, non umido. L’autista è andato via senza lasciarci il numero di telefono Rose cristona, anzi no l’autista è qui Rose non cristona più. 
In ogni esercizio commerciale c’è la foto del capo, Museweni, presidente dal 1986.

martedì 21 gennaio 2014

IN UN GIARDINO DI KAMPALA

In quei primi giorni ho avuto bisogno di tempo, e soprattuto di un paio di orecchie in ascolto al momento giusto, per riprendermi da un brutto mese di dicembre. Mi è stato utile il giardino, tra bambini, conigli in libertà e giganteschi frutti prima sconosciuti.










domenica 19 gennaio 2014

IL CANTO DI NOA

Novità di questo viaggio sono stati i video, qui di seguito uno dei miei preferiti. Durante il lungo viaggio da Kampala verso ovest, tutto serve per far passare il tempo; Noa si inventa una canzone. E' vero che non si chiede all'oste se le figlie sono buone, ma questo (tentativo di) duetto a me piace assai.

sabato 18 gennaio 2014

MI HANNO ESPULSO DALL'ASSOCIAZIONE DEI TIMOROSI!

Gentili Signori, scrivo in merito all'espulsione dall'associazione dei prudenti (o timorosi che dir si voglia), comunicatami via email dal Signor Miegge, successivamente dal Signor Boaglio, ed infine confermata dal Signor Kovacs. Apprezzabile invece la posizione del Signor Charbonnier, il quale ha sostenuto il mio diritto alla difesa. Ritengo il provvedimento ingiusto sia nella forma che nella sostanza. Non mi è stata data la possibilità di difendermi. Lo statuto prevede che il socio sospettato di comportamenti lesivi dell'onore dell'associazione possa esporre le proprie motivazioni. In questo caso lo statuto è stato violato. Ma non vi denuncerò al collegio dei proibiviri (che tra l'altro non ho mai capito chi cazzo siano). Chiedo solo che mi sia data la possibilità di esporre le mie ragioni.


 Il Bufalo, indubbiamnte morto.


 Il cadavere del bufalo; sullo sfondo avvoltoi attendono di partecipare al banchetto.

Mi rendo conto che, ad una prima lettura, l'avvicinamento senza protezioni di sorta ad un leone maschio possa essere interpretato male dai soci, ma occorre tenere conto del contesto socio culturale in cui è avvenuto il fatto, della presenza di un esperto che ostentava tranquillità, e soprattutto del fatto che i leoni avevano mangiato da poco. Dispongo di inoppugnabili prove fotografiche in tal senso, e posso portare a mia difesa la testimonanza del Signor James Kalyewa e del professor Luca Jourdan dell'università di Bologna, i quali sedevano accanto a me sul tetto del minibus.

 
Il maschio "Papà"

In subordine, e come forma riparatoria se danno d'immagine c'è stato, propongo la concessione della carta Gold dell'associazione al Signor Yawe, autista del mezzo sopracitato, il quale durante l'avvistamento dei leoni si è ininterrottamente lamentato con mia cognata, Signora Rose Mirembe coniugata Jourdan, con espressioni quali: "ma questi sono matti, quelli sono leoni, mica capre!", "Io voglio andare via di qui, voglio tornare a casa, voglio andare dai miei bambini".


  La leonessa vista qualche momento prima di vedere i due maschi.

 Chiedo la difesa del socio Varese, che sarà ricompensato con tappi di bibite e birre ugandesi originali.

In attesa di un vostro riscontro, saluto distintamente e timorosamente.
Il socio Galetti Marcello

venerdì 17 gennaio 2014

A CASA.


Eccoci qua, siamo a casa. E' stato il primo viaggio di un certo impegno con Blanca e Noa. Era una prova, l'hanno superata molto bene, con test anche impegnativi, soprattutto per gli spostamenti.  Grazie a Moni per questa bella foto, una rarità, è quasi impossibile che io apprezzi una mia immagine. Nei prossimi giorni metterò foto e parole sul sito. Ciao.

giovedì 9 gennaio 2014

QUI FORT PORTAL, UGANDA




Siamo a Fort Portal, Uganda occidentale, non lontano dal confine con il Congo ex Zaire. Sono seduto nel giardino di un ostello, classico posto da viaggiatori occidentali, spartano ma pulito, con quell’atmosfera tipica di questi posti, dove ci si scambiano consigli e racconti di viaggio, c’è la connessione internet quando c’è la luce, che ieri è arrivata verso le nove di sera. Di fronte a me è stata montata una tenda sotto la quale si sta tenendo un incontro, non ho capito se si tratta di una funzione religiosa, perché chiaramente non capisco la lingua, le persone si alzano una ad una e dicono qualcosa rivolti ad un uomo che pare condurre l’incontro, forse si stanno presentando, parlano tutti a bassa voce, ogni tanto ridono tutti. Dal giardino vicino arriva musica reggae a volume sostenuto, in fondo la giardino Blanca Noa e Malaika, mia nipote, giocano con le bambole congolesi comprate ieri sera. Siamo qui da ieri pomeriggio, arrivati dal parco Queen Elizabeth dove siamo stati due giorni per vedere gli animali, che abbiamo visto in abbondanza. La prima sera, tornando da un giro lì intorno abbiamo visto improvvisamente un leone a dieci quindici metri dal minibus, le bimbe erano eccitate e spaventate ad un tempo, perché era davvero vicino, camminava al lato della strada. E’ durato un minuto, ma un minuto lungo. Ne abbiamo parlato tutta la sera, le bimbe, e forse non solo loro, hanno sognato il leone quella notte. Il giorno dopo abbiamo fatto uno spettacoloso giro in barca lungo un canale che unisce due laghi, pieno di animali: ippopotami, elefanti, bufali, aquile, un paio di coccodrilli, varani e tantissimi uccelli, è stato bellissimo li abbiamo visti bene, ho fatto un milione di foto. Ieri mattina alle 6 siamo partiti io Rose e Luca, i miei cognati, con una guida di una organizzazione privata che ha messo dei radiocollari a dieci dei leoni del parco Queen Elizabeth, che sono un centinaio in tutto. Tramite un’antenna abbiamo individuato e trovato prima una leonessa e poi due maschi che la notte prima avevano ucciso un bufalo, che avevano iniziato a mangiare; quando siamo arrivati stavano riposando all’ombra, era davvero una scena di caccia stile documentario. Noi eravamo sul tetto del minibus, a non più di dieci metri da loro, ma non ho avuto paura, anche se in teoria una quota di rischio c’era, ma i due leoni erano talmente sazi che respiravano a fatica. La guida con la quale siamo andati ha l’autorizzazione ad uscire dalle piste ed entrare nella savana per arrivare vicino ai leoni, cosa vietata agli altri. Dopo quel meraviglioso giro siamo partiti con il nostro autista che guida il minibus (e che ieri non nascondeva la sua paura dei leoni, essendo un taxista di Kampala non è abituato a queste cose) ed in tre orette circa siamo arrivati qui, il paesaggio è molto verde, a tratti colline coltivate, a tratti di pianura, i paesi e cittadine che traversiamo in questo giro ad anello da Kampala verso ovest e poi ritorno non sono bellissimi secondo i nostri canoni di bellezza, le campagne pesso sono bellissime, qualche giorno fa abbiamo traversato una zona di colline coltivate a thè che era meravigliosa, ed è ancora poco definirla così. Purtroppo il cielo è quasi sempre coperto a causa del fatto che siamo sull’equatore (l’abbiamo passata ieri) e ci osno molte foreste in questa zona di mondo, ma non fa freddo mai, la temperatura è ideale anche se l’autista veste la mia felpa perché ha freddo, qui siamo a 1500 metri circa, lui è abituato al clima di Kampala e qui ha freddo, io ho dormito con il solo lenzuolo. Come ogni viaggio insegna, tutto è relativo nella vita.
A Kampala stiamo da Rose e Luca, la loro casa è bella, con un bel giardino curato, non lontano dal lago Victoria, sulle cui rive siamo andati un giorno a mangiare il pesce in un ristorante molto popular con apparenti standard igienici molto lontani dalle nostre paranoie sull’argomento. Sono andato un giorno in città con Rose, ed in particolare al mercato di Owino, uno dei più grandi della città: la parola che sintetizza l’ha detta Luca, “è denso”. Ci sono migliaia di persone, sia tra chi vende o sta semplicemente lì al banco, o ci dorme, e sia tra chi è lì per comprare. Ed in città è lo stesso, ci sono migliaia e migliaia di persone, centinaia di minibus, mototaxi, merce ovunque, appesa fino al secondo o terzo piano dei palazzi, un traffico ed un o smog impressionante.
Siamo partiti da Kampala cinque giorni fa, e siamo andati ad ovest per circca 350 km, fino a Ibanda, il villaggio dove vive la mamma di Rose, ed alcune delle sue sorelle. Abbiamo anche conosciuto Festo, il suo papà, che ha circa 70 anni e 16 figli da tre mogli diverse (se ho capito bene Rose è la più vecchia), abbiamo fatto pranzo e festa a casa della mamma, è stata davvero un’esperienza forte ed interessante, al di là di ogni retorica. Le case sono poverissime, senza luce né acqua, ma i vicini di Paulina, il nome della mamma di Rose, stavano ancora peggio, almeno dal punto di vista materiale, c’erano tantissimi bambini, ed in generale di vecchi qui se ne vedono davvero pochi, sia in città che fuori. Nel pomeriggio dopo pranzo è partita la musica ed il ballo (solo donne e bambini, sia tra i locali che tra noi “Musungu” – soprannome dei bianchi), tutto  il villaggio veniva a curiosare, e spesso a mangiare un po’ del cibo che era stato preparato per l’occasione. Bello davvero. E migliaia di foto da fare. In teoria domani ci avviamo verso Kampala, oggi vorrei andare a vedere un lago con l’autista. Qui davanti a me la riunione continua, non credo sia un funzione religiosa, sembra più un incontro per spiegare qualcosa,  il conduttore parla, ogni tanto dai presenti si alza un brusio di approvazione . Ciao.